Eroi per un giorno, percorsi nei tempi del tempo
by admin, 378 viewsErano gli anni 80, o giù di lì, quando esplodeva con tutto il suo dirompente e disastroso effetto sulle persone, e in particolare sui teenager, una delle peggiori sostanze psicotrope immesse sul mercato: l’eroina. Derivata dalla morfina, l’eroina, si ricava lavorando e raffinando l’oppio somniferum in raffinerie clandestine. Seguendo i mille rivoli della clandestinità approdava (chissà forse ancora oggi) nelle strade, nelle piazze e nelle case di ragazzini poco più che curiosi. Una sostanza così infame non poteva risparmiare nemmeno l’ultimo dei comuni della pianura padana, la futura Padania di Bossi.
Si capisce, era in ritardo qui da noi rispetto alle altre grandi città, d’altronde cosa non è in ritardo da noi? Purtroppo, nonostante fosse già temuta altrove, causò, a Porto, lo stesso deleterio effetto: decine di ragazzini improvvisati infermieri intenti a nascondersi nei luoghi più bui di Porto pur di iniettarsi una artificiale sensazione di calore e felicità. Non c’era uno straccio di informazione al riguardo: internet non esisteva, le reti televisive ignoravano l’argomento -forse per incompetenza o forse per negligenza - e non esistevano ancora i cellulari, cavolo a pensarci oggi non c’era proprio la possibilità di informarsi se non dare credito alle informazioni degli amici o rizzare le orecchie per intercettare il passaparola.
Me li ricordo bene gli anni 80, gli anni di piombo dell’eroina: quando sui viali della stazione c’erano più persone impegnate a rollare una canna che a fumarsi una sigaretta mentre dietro le panchine, nei giardini non illuminati, i ragazzini si facevano di Bianca e di Brown. Vivvadio non ho mai ceduto alla tentazione e alla curiosità di provare, non per chissà quale dote caratteriale nascosta ma, più che altro, per paura della meticolosa procedura in voga all’epoca: una endovenosa era l’iter del tutto normale per iniziarsi all’uso. Non era pane per un ipocondriaco quale io sono: ci voleva coraggio a piantarsi un ago in vena e a iniettarsi una sostanza sterilizzata con il limone chiesto al bar e da una veloce riscaldata dell’accendino. Purtroppo molti dei ragazzi degli anni 80 quel coraggio lo avevano. Fu una strage. Tra overdose, malattie, suicidi, incidenti una intera generazione fu violentata, smembrata, annientata e decimata.
Quel periodo avrebbe potuto e dovuto far riflettere i sopravvissuti e non solo quelli colpiti nell’affetto o nell’amicizia. Riflettere su cosa? Sulla impossibilità di battere, scardinare, interrompere il fenomeno della curiosità adolescenziale con il bieco proibizionismo. Curiosità verso cosa? Verso tutto quello che è proibito. Vent’anni, e oltre, dopo nulla è cambiato: sono cambiate le sostanze, si sono rinnovate, migliorate e, a volte, potenziate. Il risultato è lo stesso: i ragazzini rollano le loro canne, i discotecari calano le loro pastiglie e, sempre più, per divertirsi sul serio si compra cocaina. Tralascio di parlare dell’alcol, la peggiore delle droghe: quella in grado di procurare il maggior numero di decessi all’anno sia per causa diretta sia per cause concomitanti. Non ne voglio scrivere.
I grandi educatori, i santoni delle comunità hanno avuto successo nell’immediatezza della terapia ma hanno miseramente fallito nella prevenzione, come hanno fallito i politicanti del proibizionismo. La politica del proibizionismo fa leva sull’egoismo, sulla certezza della propria immunità, fa leva nel godere delle punizioni inflitte agli altri per potersi pavoneggiare dei propri pregi in pubblico. La razionalità dovrebbe, invece, consigliare e suggerire di intraprendere nuove strade, di valutare altre possibilità, di percorrere nuovi sentieri, di scrutare oltre il cortile di casa.
Se per 30 anni si è curata la patologia delle dipendenze con il farmaco del proibizionismo, e i risultati sono l’incremento dell’utilizzo degli stupefacenti da parte dei ragazzi, è masochista proseguire e perseverare con la stessa terapia. L’unica arma efficace è l’informazione e la prevenzione e non la galera e la repressione. È la comprensione e il perdono, è la capacità di offrire una seconda e una terza opportunità a chi, per vari motivi, si è ritrovato, come per incanto, invischiato in un girone dantesco. Ogni persona è un caso unico e tagliare con la ghigliottina del moralismo il giusto dallo sbagliato è soltanto una prepotenza disumana travestita da carità.